PROLE SU CARTA
Dalla carne alle pagine, insegnare al pensiero a camminare da solo.
L’atto di mettere nero su bianco i miei pensieri, mi ha provocato spesso una fitta, un dolore fisico che ho faticato a comprendere.
Ogni nuova emozione che si divincola dal petto per assumere una vita propria, aleggia nell’aria per qualche minuto per poi depositarsi su ogni cosa intorno a me, come un manto di polvere mineraria.
Quello stesso pulviscolo proviene dall’esperienza, dal dolore come dalla gioia.
S’adagia poi sulla carta dove diventa seme che, irrorato di sudore e lacrime, mette radici nuove e più profonde.
S’è nutrito pazientemente nel silenzio degli angoli più remoti della mia mente, dove ha trovato la forza di mettersi in piedi. Muove poi i primi passi incerti tra le righe e, talvolta, l’osservo amorevolmente mentre incespica in un refuso o in un’acerba ingenuità.
Fino al momento in cui quella polvere non trova la sua forma, la sua voce definitiva.
E, quando viene il momento, m’arrendo allo spasimo per non poterla più proteggere; una volta su carta, una volta stampata, questa mia prole appartiene al mondo.
Ed è il momento di questo distacco, quello che più temo.
Pubblicare - che sia l’aforisma d’una riga o il mezzo chilo d’un romanzo - significa accettare che quella creatura non m’appartiene più. Non ha più bisogno di me e occorre lasciarla andare.
Vedere la propria “progenie” vagare libera per il mondo, esporsi al giudizio degli sconosciuti e vivere nelle menti, nella fantasia altrui… è un’onda di terrore che atterrisce.
Inizia mesi prima, forse anni, come un fastidio sordo sotto il costato. Un’idea che non ci lascia dormire, che reclama spazio, nutrendosi delle nostre ore di riposo, dei nostri malumori.
Per un po’ ci si cura di quei pensieri come uccellini feriti, caduti dal nido, proteggendoli dal fracasso del mondo esterno. Talune anime arrancano, troppo piene di pensieri, ricordi e sentimenti inespressi. Scrivere aiuta a lenire quell’oppressione, svuota gli spazi che servono a prendere respiri più profondi.
Ma ogni parola è una libbra della nostra carne che cediamo alla carta per permetterle di prendere quel respiro.
Negli ultimi tempi, ho assistito molti pennuti feriti, ho dato la vita a molta di quella polvere che riposava sui mobili, ho assistito al parto della mia primigenia.
Figli molto spesso ribelli, che non ne volevano proprio sapere di seguire le trame che avevo prestabilito per loro.
E li ho guardati sbagliare, inciampare in aggettivi superflui, e ridondanze, graffiarsi in dialoghi barbosi o che suonavano poco plausibili. Eppure, non ho potuto fare a meno di amarli.
Li ho corretti con pazienza, al limite delle mie possibilità, medicando ginocchia sbucciate, limando i bordi, insegnando loro a stare in piedi da soli.
Una storia si alleva, esattamente come un pargolo.
Ha bisogno d’esser nutrita di verità e talvolta rimproverata con la severità del dubbio, affinché non diventi una copia sbiadita del suo stesso autore.
E quando il manoscritto è pronto, lo senti feroce quel nodo alla gola. Lasciarlo andare significa consegnare la sua parte più intima al giudizio di chissà chi.
Come guardare un figlio che carica la valigia in macchina per andare a vivere a mille chilometri da te: sai che è giusto, sai che è la sua vita, ma una parte di te vorrebbe trattenerlo ancora un istante, per un ultimo consiglio, per un ultimo abbraccio, una carezza, per la conferma di aver agito bene.
Nel momento in cui qualcuno legge le tue parole, apre una porta sulla tua anima. E, in quel momento, essa smette di essere solo tua; diventa lo specchio di chi la osserva.
Una volta lontano dalla tua penna, quella riflessione, quel racconto, quel libro prenderà strade che non potrai prevedere. Farà commuovere qualcuno, annoiare qualcun altro, finirà in una biblioteca polverosa o sul comodino d’un giovane innamorato.
Ma mentre t’appresti a consegnare il tuo manoscritto, provi comunque una gioia immensa. Sei di nuovo libero, di nuovo “vuoto”, pronto per accogliere, prima o poi, un nuovo seme, un nuovo sentimento, una nuova vita.
E così, come un genitore, consacri la tua esistenza a delle creature che, per sopravvivere davvero, devono fare a meno di te.
11 aprile 2026
Jonathan Gabrieletto



Stupendo❣️